ACQUA: A QUANDO IL PRIMO INCONTRO?

Nell’articolo precedente, abbiamo parlato dell’importanza del movimento per tutti i bambini: a maggior ragione per i bimbi con probabili future difficoltà cognitive (se non lo hai letto ancora, clicca qui).

Non appena i neonati riescono a contrastare la forza di gravità (che ricordiamo non conoscono ancora essendo cresciuti in ambiente acquoso), l’ambiente intorno a loro li stimola al movimento.

Potremmo dire che i nostri bimbi siano in costante allenamento! Ad ogni modo, c’è un’attività che potrebbero trovare ancora più naturale di altre :

l’acquaticità.

In acqua i bimbi ritrovano sensazioni molto simili a quelle vissute per molto tempo nell’ambiente uterino: il galleggiamento, i suoni attutiti e filtrati, il movimento più facile e leggero sono sensazioni impresse nelle loro cellule, che come sappiamo hanno una loro memoria.

Negli ultimi decenni, il momento del parto e stato oggetto di osservazione, attenzione e studio affinché si riuscisse a rispettare il momento della nascita, un momento così naturale eppure così magico di passaggio tra due mondi molto diversi. Per questo è ormai sempre più diffuso e richiesto il parto in acqua.

Per alcune figure sanitarie è una semplice moda del momento, ma sempre più ostetriche lo consigliano e propongono nelle strutture organizzate oppure nei parti in casa. Se la mamma si sente a suo agio con la temperatura dell’acqua e nelle posizioni possibili nella vasca, riesce a rilassarsi e gestire meglio il respiro, quindi il dolore delle contrazioni. Il neonato, invece, passa da un ambiente umido e caldo ad un altro molto simile, senza vivere cambi repentini di temperatura, rumori troppo forti e luci invadenti…

Durante le sessioni di acquaticità non è raro che i bimbi allattati al seno, richiedono il seno; potremmo pensare alla sete, alla fame, alla stanchezza e quindi alla richiesta di conforto. Tuttavia, bisognerebbe ricordare che in caso di parto fisiologico, di neonato sano e nato a termine di gravidanza, una volta lasciato l’ambiente uterino caldo e umido, viene adagiato sul petto della mamma guidato dall’istinto e dall’odore inconfondibile del seno materno.

Si può quindi dire con certezza che i richiami alle sensazioni che i bimbi vivono durante la gravidanza sono molto simili a quelle che rivivono in un ambiente acquatico e, proprio per questo, l’ acquaticità risulta essere tra le esperienze più adatte ai neonati!.

Quando si può cominciare a fare acquaticità, quindi?

Non c’è un momento preciso: darò per questo alcune indicazioni affinché voi genitori riconosciate il momento più adatto alla vostra famiglia.

L’esperienza con l’acqua è per noi tutti quotidiana. Beviamo l’acqua per dissetarci, ci laviamo, la pioggia, una pozzanghera… e per i bambini non è diverso.

Il bagnetto è un momento molto utile per far rilassare i bimbi, ad esempio, è propedeutico all’acquaticità in un ambiente più dedicato e attrezzato: è utile quindi poter sfruttare questo momento affinché diventi costruttivo ed esperienziale, utilizzando semplicemente quel che avete in casa! Ad esempio evitare vaschette preformate e favorire posizioni in cui il corpo è libero di muoversi nelle varie direzioni, magari con un asciugamano sul fondo che attutisca movimenti ancora incontrollati.

Uniche regole: sicurezza e gioco!

Un punto necessario: non tirare troppo la corda!

Terminiamo l’esercizio prima che il bimbo si stufi o stanchi, da evitare così che gli resti una sensazione spiacevole!

Se volete fare esperienza di acquaticità, vi consiglio di scegliere una struttura con personale qualificato. A seconda dell’ età, I bimbi hanno esigenze molto diverse non solo a livello di attività motorio-cognitive ma anche sul fronte della temperatura dell’acqua, ad esempio!

.

VIDEO1 IN ACQUA TIENI LA BOCCA APERTA !

VIDEO 2 2 ANNI, UN’ETÀ DI GRANDI CAMBIAMENTI !!

VIDEO 3 POCHE SEMPLICI REGOLE PER DIVERTIRSI IN ACQUA !!!

.

.

Autore: Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47

Per maggiori informazioni, domande dubbi o consulenze contattatemi al 340 692 5592 o scrivetemi all indirizzo: dimodugnonoemi@gmail.com

Per qualche video di approfondimento mi trovate sui canali FB https://www.facebook.com/mammakoal/ o Instagram

.

.

.

.

IL MOVIMENTO: UNA PRIMA FORMA DI INTELLIGENZA, SIAMO PERCHÉ CI MUOVIAMO

Più volte il pregiudizio arriva prima dell’osservazione della realtà: ci blocca e non ci permette di vedere oltre. I bimbi con aneuploidie dei cromosomi sessuali possono riportare ritardi cognitivi più o meno seri, a seconda del numero di cromosomi aggiuntivi e di altre variabili. L’epigenetica (da “my-personaltrainer.it“: branca della genetica che può essere definita come lo studio di quelle variazioni nell’espressione dei nostri geni, che non sono provocate da vere e proprie mutazioni genetiche, ma che possono essere trasmissibili) ci insegna che sebbene il terreno genetico sia una base seria e influente per lo sviluppo psico-fisico-cognitivo di un individuo, non è del tutto determinante! Di seguito parleremo del movimento, come esperienza fondamentale e necessaria per lo sviluppo psico-fisico dei nostri bambini, e specifico, di tutti i bambini.

Ho voluto dare un bel titolo a questo articolo, un titolo che richiama rami aulici della sapienza come la filosofia (il “cogito ergo sum” di Cartesio) e la fisica (la famosa frase “Eppur si muove” di Galileo Galilei) per poter conferire al movimento il ruolo fondamentale del nostro vivere.

Forse ci riflettiamo davvero poco, ci rendiamo conto di quanto sia indispensabile muoversi solo se qualcosa ci costringe all’immobilità totale o parziale di una parte sola del nostro corpo. Ci risulta una condizione difficile da accettare e mantenere, particolarmente fastidiosa anche solo quel formicolìo che sopraggiunge quando la posizione non è agevole per la circolazione!

Sebbene quando nasciamo i nostri movimenti siano limitatissimi, dimentichiamo che fino al momento prima di nascere la parte del corpo ancora nell’utero della mamma è in movimento, soprattutto se le membrane non si sono rotte e se il resto del corpo è ancora parzialmente avvolto nel liquido amniotico.

Sappiamo con certezza che nell’acqua i movimenti sono più facili, non c’è la gravità a costringere il corpo a sostenere il peso, ci sentiamo leggeri, avvolti e cullati. Non è un caso che la maggior parte di noi ama fare la “stellina”, (galleggiare a pelo d acqua con le orecchie immerse e lasciandosi trasportare dal movimento) o rilassarsi sotto la doccia o nella vasca tiepida.Noi, tutti noi, siamo stati concepiti in un ambiente umido:l’embrione stesso è fatto da una percentuale di acqua che supera il 90%, le nostre cellule si sono moltiplicate per circa 9 mesi in un ambiente acquoso, il nostro corpo ha una percentuale maggiore di acqua rispetto alla massa e non potremmo sopravvivere senza acqua, mentre senza cibo potremmo restare per più tempo; tutto questo è piuttosto risaputo, in fondo.

Nell’ultimo trimestre di gravidanza, il feto ha pressoché raggiunto la sua maturazione, le funzioni vitali sono perlopiù assicurate e, se dovesse nascere prematuramente, la percentuale di possibilità di sopravvivenza sarebbe molto alta. Infatti,al nascituro l’ultimo trimestre è utile per l’aumento della massa corporea. Come fa un bambino a continuare a crescere e svilupparsi sotto questo aspetto? Dipende solo dall’alimentazione della mamma, si potrebbe rispondere, per questo le si consiglia di “mangiare per 2”! (piccola digressione: consiglio errato e privo di fondamenti scientifici. “Siamo quel che mangiamo” e se una gestante mangia sano ed equilibrato, ancora meglio se seguita da una Nutrizionista che sappia bilanciare i suoi pasti senza eliminare alimenti fondamentali per il bambino, allora non c’è nulla da temere).

Mi spiace deludere molte nonne e bisnonne brave cuoche, ma come per un culturista che per avere un corpo definito e statuario non basterebbe un’alimentazione specifica senza l’allenamento in palestra, anche al nostro piccolo serve qualcos’altro! IL MOVIMENTO. E lo sa bene lui, perché non appena è stato nelle sue capacità, ha cominciato a saltare e girare e fare capovolte rimbalzando sulle pareti uterine. Nelle prime settimane di gestazione la mamma non si accorge di nulla, l’embrione è troppo piccolo, ma poi inizia ad avvertire qualcosa, simile ad un fruscìo interno che evolve piano piano in carezze e piccoli tocchi fin quando non diventano veri e propri colpi, degni di una karateka o di un calciatore.

Il movimento mette in moto una serie di processi complessi che coinvolgono il sistema nervoso centrale (SNC) e periferico (SNP). L’incontro con le pareti uterine genera una pressione su una parte del corpo del bambino, il SNP registra i dati che scaturiscono dal tocco e aumenta “l’attenzione” in questa area, invia i segnali al SNC che li codifica. (ecco il link in cui abbiamo parlato di psicomotricità nel bambino)

Questo è quello che, in modo molto semplificato, avviene nel nostro cervello quando veniamo toccati o accarezzati dal nostro concepimento e per tutta la nostra esistenza. E’ proprio per questo che in alcuni ospedali nelle Unità di Terapia Intensiva Neonatali (UTIN) è stata inserita la “Kangaroomother care”, la pratica di portare i bambini nati prematuri in un supporto babywearing a contatto con i genitori (ecco il link in cui abbiamo parlato di babywearing) o che esistono operatori familiari che si occupano di “Nurturing Touch” per alleviare e migliorare la qualità di vita delle persone malate.

Proprio gli studi degli ultimi anni ci hanno aiutato a rivalutare pratiche che alcuni popoli tradizionali riservano da sempre ai neonati, come tenere addosso il neonato, appunto, o massaggiarlo continuamente con o senza olii (ecco il link in cui abbiamo parlato di massaggio infantile)

“E’ importante fare movimento” è una frase sentita svariate volte nella nostra quotidianità, e chi non la associa allo sport? Per tutti fare movimento significa praticare un’attività che ci aiuti a scaricare le tensioni accumulate, che alleni l’apparato scheletrico e muscolare, che ci mantenga mobili ed elastici, che migliori le nostre funzioni vitali in modo globale. Non è contemplato lo stress! Perché lo sport sia utile a corpo e mente, è necessario trovare un luogo, un gruppo ed un’attività che ci appassioni, che ci “prenda mentalmente” per non incorrere nel rischio di ottenere l’effetto contrario, nel non cadere “nell’obbligo di”.

Tutta questa lunga premessa ha fatto da preambolo al fulcro di questo articolo.

J. Piaget affermò: “Impariamo di più quando dobbiamo inventare”. Lo psicologo del ‘900 ha elaborato una teoria sullo sviluppo cognitivo dei bambini dalla nascita. Alla base della sua teoria, colloca l’interazione del bambino con l’ambiente e suddivide il periodo di sviluppo in diversi stadi, ognuno dei quali riflette una certa organizzazione strutturale del cervello che influenza l’interazione con l’ambiente. Quando le strutture cognitiveraggiungono un equilibrio, è possibile passare allo stadio successivo, che incorpora e trasforma le abilità del precedente.

Piaget individua 6 stadi dalla nascita ai circa 20anni dell’individuo. Il primo stadio (0-2anni) lo chiama “stadio senso-motorio”. Ed ecco il fulcro dell’articolo. Secondo Piaget l’intelligenza è una forma di adattamento dell’uomo all’ambiente circostante.

Nei sotto-stadi di questi primi 2 anni di vita, Piaget osserva il passaggio dai primi movimenti del neonato, i riflessi innati del tutto involontari e scaturiti da stimolazioni esterne, all’integrazione di questi in movimenti sempre più consapevoli, fino a raggiungere intorno ai 2 anni, a quei movimenti intenzionali indirizzati al raggiungimento di un obiettivo specifico e, addirittura, alla progettazione, alla combinazione mentale di una serie di movimenti che consentano al bambino di arrivare alla meta.

L’intelligenza non è ciò che si sa, ma ciò che si fa quando non lo si sa” (Piaget).Direi che è un ottimo spunto di riflessione. “tu no, sei ancora piccolo!”Chi di noi non ha mai sentito pronunciare questa frase, o non l’ha pronunciata lui stesso?

In luce di quanto scritto finora, spero sia più semplice cambiare punto di vista. Parliamo spesso di limiti, ma chi li determina? Chi li pone questi limiti? E se li ponessimo troppo vicini alla reale meta?

Per i bimbi con un corredo genetico fertile per deficit e/o difficoltà cognitive, quindi, tramite il movimento e la sperimentazione nell’ambiente,è possibile gettare basi e fondamenta ben più solide prima di arrivare a quella età più critica da questo punto di vista; potremmo giocare d’anticipo e restringere la forbice delle difficoltà e/o renderla meno evidente! Non si tratta di bruciare le tappe, sia chiaro, parlo di assecondare le inclinazioni dei nostri figli, interrogandoci sui nostri “si, vai!” e sui nostri “no, quello no!.

Il nostro compito di genitori, in fondo, è accompagnare i nostri bimbi alla realizzazione di loro stessi: questo dovrebbe darci la spinta e la responsabilità di osservare con un’angolazione molto più ampia la loro capacità di adattamento, imparare ad intervenire quando realmente necessariosenza anticipare, ma incoraggiando con grande fiducia in loro anche l’azione più ardua, anche quella apparentemente più impossibile e impensabile!

In fondo a questo mondo, niente è semplice… accompagnandoli, i nostri bimbi impareranno gradualmente a stare al mondo, impareranno la gioia della vittoria e la frustrazione della sconfitta, con noi al loro fianco, a supportarli ed incoraggiarli a tentare ancora una volta!

Nel prossimi articoli cureremo ancora l’aspetto del movimento: parleremo di acquaticità, lo sport più naturale per i nostri bambini.

.

Autore: Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47

IL LATTE MATERNO: DOVE COME E QUANDO

Nutrire i nostri bambini è un aspetto fondamentale della maternità. Noi mamme ci preoccupiamo che mangino, come mangino e quanto, ci chiediamo spesso se sia sufficiente e se lo stiamo facendo nel modo corretto. Questo lo fanno tutte le mamme, a prescindere dal tipo di nutrimento che si è deciso per il proprio bambino.

In questo articolo ci dedicheremo all’aspetto generale del nutrimento, cercando di fornire informazioni utili e corrette, in coerenza con lo stile di questo sito.
L’allattamento è il metodo nutritivo che da sempre la natura ha messo a disposizione dei nostri bambini. Per una serie di fattori, nel corso della seconda metà del 900 c’è stato un vero calo di allattamenti riusciti. Il progresso e lo sviluppo delle case farmaceutiche hanno concorso a crescere generazioni in cui allattare sembrava difficile, impossibile e addirittura dannoso per i nostri bambini. Ebbene, siamo proprio noi i figli di quella generazione. Molti di noi non sono stati allattati, né hanno avuto esperienze di osservazione di allattamento dirette, magari di cugini o fratelli minori. E’ proprio per questo che nascono figure professionali e non, che hanno l’obiettivo di dare corretta informazione riguardo l’allattamento e la possibilità di allattare.
Durante la gravidanza, non è strano sentire una gestante rispondere alla domanda “allatterai?” “Vorrei, spero di avere tanto latte”, perché non è abbastanza diffusa la verità: Il latte non è una fortuna, il latte si produce in funzione della richiesta del proprio bambino. Noi mamme siamo “programmate” ormonalmente e cerebralmente così: non ne produciamo di più se non è necessario (per conservarne in quantità, ad esempio, o per donarlo), se ne può produrre di meno però, per esempio se l’attacco è da correggere oppure se la gestione dell’allattamento segue regole ferree (come, per esempio, gli orari) anziché essere secondo la richiesta del bambino.
“Naturale” vuol dire “facile”? Ovviamente no, e a volte l’inizio dell’allattamento può essere meno lineare del previsto. Le mamme in questa fase non dovrebbero mai essere sole, ma supportate sempre e guidate da tutte le figure che ruotano loro intorno.

Fondamentale in questa fase è contornarsi di persone di fiducia, che sappiano rispettare i desideri della mamma, supportarla, incoraggiarla senza pregiudizi e che sappiano trattenersi dal dare consigli non richiesti. Quel che serve alla diade mamma e bimbo è quell’involucro, quello scudo che fino a quel momento mamma è stata per il piccolo. Una funzione di protezione massima e di cura, di ricerca di un ambiente sereno e di filtro a quelle invadenze del mondo esterno (come le insistenti visite di parenti spesso poco rispettosi e piuttosto pressanti) che possano minare la serenità della famiglia.
Certamente una di queste figure può essere quella del Papà. Se fino a qualche anno fa i papà avevano ruoli marginali poiché la donna era contornata da altre donne, oggi la sua figura può essere di grande importanza.
Non esiste una via uguale per tutti per raggiungere il traguardo che mamma desidera. In questo articolo voglio dirvi, genitori, che tutte le famiglie affrontano difficoltà nei vari aspetti che la genitorialità comporta. Nelle famiglie in cui si deve affrontare una particolarità genetica, si sente di partire svantaggiati; e forse è così, sì, ma contornarsi di un giusto team di professionisti può sollevarci da qualche peso e consentirci di arrivare all’obiettivo, seppur con strumenti, modalità e tempi diversi.
Sposto quindi il focus dall’azione di allattare alla funzione del latte materno: il latte materno è il nutrimento (e non è l’unico ruolo che riveste) che la Natura ha messo a disposizione per i nostri bambini.
Il latte materno è vivo e si adatta alle richieste ed esigenze del neonato: così il latte materno per un bimbo prematuro non ha la stessa composizione di quello prodotto dalla mamma di un bimbo nato a termine di gravidanza, poiché le esigenze di sviluppo sono diverse.
E se le condizioni cliniche non consentissero l’allattamento?
Ci sono metodi alternativi che consentano di nutrire con il latte materno anche nel caso in cui vi siano difficoltà e particolarità fisiche tali da non permettere un attacco efficace al seno?
SI genitori!
Con l’aiuto di professionisti di riferimento si può ampliare di certo il ventaglio delle possibilità di nutrire con il latte materno e/o allattare, di poter trovare il modo migliore e più agevole per mamma e bimbo di soddisfare il desiderio della diade, nel rispetto massimo delle loro esigenze e disponibilità.

Ritorno dunque all’incipit dell’articolo: “Naturale” vuol dire “facile”? Non voglio mentire, alle volte può essere più complesso delle aspettative, altre meno, altre volte molto più del previsto, e l’idea di mollare, di cambiare strada è forte … bene mamma, mi rivolgo a te perché per noi mamme non allattare può diventare duro da accettare, ma i fattori in campo sono davvero tanti.
Quando il momento dell’allattamento viene vissuto con emozioni contrastanti, vale davvero la pena chiederci quanto siamo disposte a fare noi e quanto il nostro bimbo.
Quando e se la diade è stanca di procedere con allattamenti più “veicolati”, ricordiamoci genitori, che l’amore, l’affetto e tutta la complessa funzione non nutritiva dell’allattamento, quella dedicata al dialogo, all’ascolto, alla conoscenza, alla relazione ed allo sguardo, può essere integrata con altre pratiche quotidiane come il massaggio, il babywearing, letture e vocalizzi.

I nostri bambini si nutrono anche della nostra serenità, della nostra calma, del nostro amore, a prescindere dal nutrimento che è disponibile per loro.
Nostro compito di genitori è leggerci dentro, ascoltarci ed intraprendere la strada alle volte solo meno tortuosa di altre per garantire la serenità della famiglia.
In fondo, per i nostri bimbi, siamo i genitori migliori che potessero avere, non fanno paragoni e non si creano aspettative … quella è roba da adulti.

Informazioni utili:

Per consulenze in allattamento è possibile ricercare le professioniste IBCLC (Consulenti Professionali) su tutto il territorio italiano e all’estero dell’ Associazione.” AICPAM.ORG” (Associazione Italiana Consulenti Professionali in Allattamento Materno) oppure le Consulenti de “La Leche League” ostetriche formate specificatamente sull’allattamento.

Nei casi di patologia, come le particolarità genetiche, resta fondamentale il lavoro in team: è consigliabile quindi completare il quadro con le figure sanitarie pediatra – logopedista deglutologa -osteopata.

Seguiranno altri articoli sul tema.

.

Autore: Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47
Mamma di sostegno all’allattamento (peer breastfeeding counselor)

Per completezza di informazioni:

.
Presso l’ Associazione.” AICPAM.ORG” (Associazione Italiana Consulenti Professionali in Allattamento Materno) è possibile trovare le le professioniste IBCLC (Consulenti Professionali) su tutto il territorio italiano e all’estero dell’ Associazione.” AICPAM.ORG” (Associazione Italiana Consulenti Professionali in Allattamento Materno). IBCLCè un acronimo (International Board Certified Lactation Consultant) tradotto in italiano con la dicitura Consulente Professionale in Allattamento Materno, che definisce un professionista specializzato nella gestione clinica dell’allattamento al seno e della lattazione umana.

.

“La Leche League Italia OdV” è un’associazione di volontariato che si dedica al sostegno delle mamme che desiderano allattare. La Leche League è composta da MAMME che hanno avuto a volte difficoltà nell’allattamento e hanno trovato nelle Consulenti tanto sostegno e tante informazioni preziose nei momenti di confusione e sconforto, superando queste difficoltà e sperimentando in prima persona l’esperienza di riuscire ad allattare. La Leche League offre contemporaneamente informazioni aggiornate e valide scientificamente, e un approccio umano ed empatico, da mamma a mamma. Le Consulenti de La Leche League aiutano le mamme a ritrovare la fiducia in se stesse compiendo uno degli atti più antichi del mondo: l’allattamento al seno..

La mamma di sostegno all’allattamento o peer breastfeeding counsellor (letteralmente “consulente” alla pari in allattamento, ma in un’accezione diversa da come si intende in italiano, il cui corrispettivo di consulente sarebbe “consultant”) è una figura volontaria che si mette a servizio delle mamme gratuitamente sui temi che riguardano l’allattamento. Ha un campo d’azione ristretto rispetto alle precedenti e può essere di grande aiuto e sostegno, purché rimandi a chi di competenza nel momento in cui riconosce che la situazione che ha di fronte non rientra più nella sua possibilità..

BABYWEARING? SI GRAZIE !

VI SARÀ CAPITATO IN MOMENTI NON SOSPETTI, DI VEDER PASSEGGIARE UNA MAMMA FELICE DI PORTARE IL SUO BAMBINO, PICCOLO, MENTRE DORMIVA BEATO, AVVOLTO IN UNA FASCIA CHE LE CONSENTIVA DI TENERLO SUL SUO CUORE. OPPURE UN PAPÀ CHE ORGOGLIOSO CAMMINAVA MOSTRANDO A TUTTI CHE LUI ERA UN PAPÀ-KOALA.

E questo il babywearing! L’arte del “vestirsi del proprio bambino” tradotto letteralmente, vale a dire portare e tenere addosso, a contatto con il proprio corpo, il proprio bambino.

Molto spesso alcune mamme in gravidanza tendono a vedere con sospetto questa pratica: per alcune è semplicemente una moda, per altre una scelta lontana dalla propria visione, per altre ancora un semplice aspetto sconosciuto su cui si riservano di approfondire e per altre,invece, è LA soluzione, l unica forse che potrà consentire loro di essere agili e dinamiche in casa e fuori casa.

Per dare qualche info ci tengo a far presente, che nel mondo animale esistono delle specie che praticano il babywearing con tutta naturalezza! Koala, canguri e scimmie sono solo gli esempi più famosi, ma nell evoluzione essere portati, essere tras-portati è stato molto utile per la sopravvivenza per alcune specie…

E ci crederete se vi dico che noi siamo tra quelle?! I nostri antenati ci trasportavano con l aiuto di supporti di fortuna fatti di pelli oppure i piccoli si aggrappano direttamente al pelo dei genitori durante la fuga dai predatori.
Ed i figli di quegli antenati li siamo noi.

Certo, ad oggi non ci sono predatori da cui fuggire, penserete, su questo siamo d accordo, ma il babywearing resta comunque una possibilità per la gestione del bambino nella quotidianità dei nostri giorni; in fondo il tempo che scorre, la freneticità e il termine “sbrigarsi” è talmente radicato in noi, da influenzare i nostri comportamenti anche quando non ce n è bisogno.

Il puerperio, quel periodo di circa 40 giorni che inizia dalla nascita si del bambino, ma anche di una nuova mamma e di un nuovo papà, sarebbe proprio uno di quei momenti in cui la frenesia, lo stress e la velocità dovrebbero restare fuori le mura di casa. Un momento di conoscenza e osservazione, di studio tra i componenti di questa nuova famiglia appena nata, fatto di nuove scelte, di prove, di aggiustamenti continui e ricerche di nuovi equilibri. È proprio da questo momento, volendo, che può entrare in gioco il babywearing: tranquillizzare il bambino quando niente sembra calmarlo, allungare i pisolini se utile e possibile, dilazionare le poppate; con questo strumento papa potrebbe dare il cambio a mamma e permetterle di riposare.

Oltre a questi, i possibili benefici sono diversi e molteplici. La riduzione del pianto è quella che solitamente è più notata, ma si può parlare anche di stimolazioni a livello fisico e cognitivo, la possibilità di osservare da un punto di vista più alto rispetto ai contenitori per bambini (sdraietta dondolini passeggini ovetti e simili in cui la posizione e fissa e seppur con sonagli e giochini, gli stimoli diventano presto già visti e poco spronanti), partecipare quindi alla vita quotidiana di mamma e papà, sentendosi parte integrante di questo sistema, la termoregolazione (immatura nei primi mesi di vita); inoltre il contatto facilita la relazione mamma/papà-bambino.
E per i genitori? Avere le mani libere per poter tenere una borsa, spingere il passeggino magari carico di spesa o tenere il guinzaglio del vostro cagnolino potrebbe essere davvero un valido aiuto sí pratico, ma anche a livello di autoefficacia, vale a dire la sensazione di essere competenti e potenti nel gestire una situazione così complessa e articolata, insomma sentirsi autonomi a tal punto di pensare di avere dei superpoteri!

I bambini possono essere portati sin dalla nascita e fin quando portatore e portato lo vogliano, ma resta fondamnetale una regola: mamma/papà devono sentirsi di portare il proprio bambino: la pelle ed il contatto sono il veicolo più facile per comprendere le emozioni dell altro; à importante sentirsi quindi a proprio agio affinché il bambino avverta sensazioni positive! Viceversa, sarebbe meglio trovare un altro strumento che possa supportare la genitorialità nel pratico quotidiano. E proprio per questo aspetto che non c’è un momento stabilito per iniziare, sebbene le tappe evolutive del piccolo potrebbero alle volte minacciare la riuscita. Il percorso del babywearing è tuttavia soggettivo, varia da famiglia a famiglia e, addirittura, nella stessa famiglia da figlio a figlio! L’unica regola sempre valida è l’ascolto di chi porta e di chi deve essere portato, non ci sono obblighi, ma perlopiù piaceri.

Il babyweairng, inoltre, allenando l’equilibrio, prepara il terreno al momento in cui il bambino raggiungerà la posizione eretta : il sistema vestibolare del piccolo, sia in stato di veglia o di sonno, viene continuamente stimolato grazie ai movimenti del portatore, che, sentendolo ben assicurato a sé, solitamente non sospende le attività in programma e non rinuncia a lunghe passeggiate o a faccende in casa. Ed è proprio la combo stretto contatto-movimento, quindi propedeutica all’affinare la propriocezione, ossia, quella capacità (senso, per alcuni studiosi) di comprendere le informazioni relative al proprio corpo, fondamentale per l’affermazione e la fiducia in se stessi.

E i bimbi con aneuploidie dei cromosomi sessuali possono essere portati? Nella maggioranza dei casi sì! Mi preme ad ogni modo ribadire che nei casi di particolarità genetica, è molto importante lavorare in team con più professionisti: una differenza genetica è molto facile che ne comporti, quindi altre possibili sfere psicofisiche. In casi di ipotonia, ad esempio, il babywearing è possibile, anzi consigliabile per molti aspetti, (propriocezione, sviluppo e rafforzamento della muscolatura), ma in alcuni casi, sarebbe bene valutare con il medico interessato per valutare quale eventuale supporto poter utilizzare.

“i bambini con un tono basso (ipotonia) sono maggiormente soggetti a displasia dell’anca perché in posizione supina le loro gambe si aprono completamente(a rana). Hilke Engel-Majer, fisioterapista di lunga esperienza, afferma e sottolinea l’importanza di portare i bambini (ipotonici) nella fascia lunga. Infatti nella posizione divaricata seduta le gambe vengono”fissate” nell’angolatura ottimale, e addosso al corpo del genitore la loro intera muscolatura viene stimolata e rafforzata.” dal libro “portare i piccoli di Esther Weber

Nel prossimo articolo approfpndiremo i benefici del babywearing e di altre cure prossimali in presenza di ipotonia, caratteristica principale a livello muscolare dei bimbi con aneuplidie dei cromosomi sessuali. Vi aspetto!

Mamme e papà, per dubbi e/o chiarimenti e/o approfondimenti in merito al “babywearing“, vi lascio la mia email: dimodugnonoemi@gmail.com e il mio cellulare: 340 692 5592. Sarò ben lieta di dare ulteriori indicazioni per chi avesse dei gemellini.

.

Autore: Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47

IL TOCCO CONSAPEVOLE – UNO “STRUMENTO”PER AMARE

CIAO MAMMA! CIAO PAPÀ! AVETE MAI SENTITO PARLARE DEL MASSAGGIO INFANTILE? E’ QUEL MASSAGGIO RISERVATO AI NEONATI (DI SOLITO AL DI SOTTO DEI 12 MESI), UNA PRATICA CHE AFFONDA LE RADICI IN TEMPI ANTICHI E CHE RENDE LA RELAZIONE TRA GENITORI E BIMBO PROFONDA E IMMEDIATA. UN MOMENTO OSEREI DIRE MAGICO… IN CUI IL TEMPO È TUTTO DEDICATO ALLA NUOVA FAMIGLIA: LA MAMMA SOLITAMENTE PENSA AL CALORE DELL’AMBIENTE (NOI MAMME TENDIAMO AD OCCUPARCI DELL’ASPETTO TEMPERATURA), PAPÀ ALL’ATMOSFERA (LUCI E MUSICA) … E SI PARTE… COME UN’ONDA CHE VA E VIENE, ACCAREZZIAMO IL NOSTRO BAMBINO SENZA INTERROMPERE IL CONTATTO CON LUI: NÉ TATTILE, NÉ VISIVO…ED IL TEMPO, SI FERMA.

E’ proprio così che ho scoperto l’amore per questa cura verso il mio bambino!
Portato in fascia dalla nascita, avevo intuito che questo contatto aveva davvero “poteri” (per restare in tema di magia) che a parole era difficile spiegare! Questo contatto fisico e visivo mi permetteva di entrare in una dimensione del “sentire” profonda ed estremamente efficace. Ho iniziato quindi ad approfondire il tema, nessuno mai mi aveva parlato e spiegato tutto questo, e se funzionava così bene, perché non divulgarlo? Perché non cercare di raccontare ad altri genitori che ascoltare il proprio bambino era così semplice, dopo tutto, serviva “solo” entrare in connessione con lui!
Iniziava così il mio viaggio di insegnante AIMI, che andava ad integrare la mia figura professionale di Consulente del babywearing (letteralmente “vestire” cioè avere addosso il proprio bambino in fascia/marsupio).

In qualità di insegnante AIMI, il mio compito è quello di aiutare a migliorare la relazione genitore-figlio attraverso il massaggio, che racchiude al suo interno tutti quegli elementi che sono alla base del processo di attaccamento (in inglese “bonding”).

Cos’è AIMI?
AIMI è l’acronimo di Associazione Italiana Massaggio infantile, ed è il Chapter italiano dell’IAIM (International association of infant Massage), la prima associazione al mondo ad interessarsi al tema del “tocco che nutre” (nurturing touch) e fondata in America da Vimala McClure negli anni ’90. La sua mission è quella di diffondere l’importanza del contatto e della comunicazione attraverso un metodo insegnato ai genitori.

Perché è importante il massaggio?
Perché è importante saper toccare il nostro bambino?

L’obiettivo di un corso è molto di più dell’apprendimento di una sequenza di massaggi! Si impara a toccare con amore il proprio bambino, in misura della sua disponibilità. Vi chiederete; in che senso?! Nella vostra memoria vi sarà sicuramente almeno un ricordo in cui vi siete sentiti costretti a dare un bacio a qualcuno, magari per salutarlo, ed è prassi, purtroppo comune, spingere i bambini a salutare in questo modo nonni, zii e parenti vari.
Ecco, alla base del metodo AIMI, c’è la richiesta di permesso al bambino di poter iniziare a massaggiarlo. L’insegnante facilita questo rito di inizio, aiutando i genitori a porre l’attenzione sulla risposta del bambino. In questo modo il piccolo imparerà a discernere un tocco amorevole e rispettoso del suo corpo, da uno invadente ed invasivo.
Si cura l’ambiente affinché sia caldo e accogliente, affinché mamma/papà e bimbo si sentano a proprio agio e si preparino a circa 90 minuti di interazioni gli uni verso gli altri, verso l’ambiente, verso i compagni di esperienza, che siano piccoli o adulti. Quel che si apprende non è un compito a casa da ripetere necessariamente; è più che altro uno strumento, un “asso nella manica” da tenere con sé ed utilizzare quando si è disponibili a farlo (genitori) e a riceverlo (bimbo).

Quali benefici si potrebbero ottenere?
I benefici del massaggio infantile potrebbero essere molteplici. Ultimamente è stato scoperto che il cervello risponde particolarmente a degli stimoli molto piacevoli: le carezze! Quella pressione e lentezza sono gli ingredienti chiave che rendono il massaggio un grande mezzo per lo sviluppo neurale del nostro bambino, dell’apparato muscolare, della circolazione sanguigna, del rilassamento; li si aiuta, inoltre, a prendere coscienza del loro corpo, mostrando i loro confini, le loro gambe, corpo, braccia, mani e piedi; un aiuto in caso di gas intestinali e costipazione, di congestione nasale e, soprattutto, dell’interazione con mamma e papà.
Durante il massaggio al proprio bambino, lo si guarda ed osserva: parlargli e sorridergli è automatico, giocarci ed interagirci… tutto ciò che serve alla relazione.

E per i bimbi con anomalie dei cromosomi sessuali?
Vi chiederete, cosa cambia?!

E’ noto, ahimé, come può essere influente per la mente avere la certezza di un’anomalia genetica. Già il termine stesso ci porta a qualcosa di negativo, ci richiama un qualcosa che non è come dovrebbe essere. Ebbene, se vi dicessi che quel o quei cromosomi in più ci sono, ma che è ancora tutto da scrivere???

Abbiamo infinite possibilità a questo mondo di realizzare i nostri desideri, quelli dei nostri bambini di vivere la vita che gli spetta, ricca di gioia di felicità di giochi, corse, carezze e regali e baci e… normalità!
Il compito dei genitori è da sempre quello di costruire intorno al proprio bambino un terreno fertile dove egli possa trovare esperienze e stimoli per la sua mente ed il suo corpo!

Sì ok, ma il massaggio cosa c’entra?!
Sappiamo che i disturbi principalmente correlati a queste diagnosi, riguardano la sfera cognitiva e la sfera emotiva. Un bambino accolto nei suoi bisogni ha più possibilità di “concentrare” le sue energie sullo sviluppo cerebrale: diversi studi hanno confermato quanto il contatto favorisca una quantità di sinapsi (scambi a livello di neuroni) rispetto a bimbi meno toccati, massaggiati e presi in braccio.


E’ più chiaro quanto possa essere vantaggioso per i nostri bambini giocare d’anticipo con un accudimento più accogliente?

Questo punto di partenza rende quindi i genitori più sensibili e responsivi anche alla sfera emotiva dei propri figli: come detto, infatti, queste diversità genetiche possono portare difficoltà nella gestione delle emozioni; accogliere le reazioni dei nostri bambini, senza giudizio, sarà loro di grande aiuto nell’imparare ad autogestirsi crescendo, e sarà più facile rispetto a bimbi le cui emozioni saranno state giudicate, soffocate o veicolate.

Qualcuno potrebbe notare che questi scenari non sono propri solo di bambini con aneuploidie cromosomiche.
E già! In effetti è molto difficile nei primi anni di vita del nostro bambino, capire quale atteggiamento rientri nella sfera “conseguenza della sindrome” o nella sfera “normalità”.

I genitori a conoscenza di queste sindromi in fase prenatale, sono spesso pronti alla “lotta alla sopravvivenza”, catalogano (spesso erroneamente) atteggiamenti propri dell’età e della crescita come conseguenza delle sindromi cambiando in modo vittimistico la loro risposta/reazione al bambino.

Insomma, per tutti i bambini del mondo il massaggio (ed il contatto in generale) potrebbe essere quell’asso nella manica, mamme e papà!
Quel mezzo che ci consente, oggi, di guardare il nostro bambino, conoscerlo a fondo nelle sue peculiarità, nella sua interezza e globalità.
Il massaggio potrà un domani farci entrare più facilmente in relazione con lui, magari in un momento di difficoltà, di un umore più irritabile del solito, oggi ci consente di avere quel tocco rispettoso della sua volontà ma presente al bisogno, in cui sciogliersi e ritrovare l’equilibrio insieme a mamma e papà, da bambino, ma in modo più autonomo ed indipendente, crescendo; nei bimbi con variazioni cromosomiche di questo tipo, questo mezzo diventa ancora più d’aiuto!

Come è articolato un corso di massaggio infantile?
Un corso completo si sviluppa in 5 incontri di circa 90 minuti ognuno in cui si approfondiscono e discutono aspetti legati ai bisogni e alle caratteristiche del bambino e della sua tappa evolutiva, fornendo ai genitori informazioni e dettagli al fine di comprendere meglio gli atteggiamenti del bambino.

Nelle due foto ci sono il marito e il figlio di Noemi…

Vglio partecipare! Come fare?
Uno degli obiettivi dei corsi AIMI è l’importanza del gruppo, della rete, della conoscenza di altre famiglie che comprendono i nostri vissuti. Proprio per questo sarebbe bello poter partecipare fisicamente ad un corso; pertanto, vi consiglio di contattare un’insegnante attiva AIMI (potete consultare il sito: https://www.aimionline.it/).
E’ anche vero, purtroppo, che in questo momento di distanze interpersonali, è necessario azzerare le distanze geografiche e seguire un corso di massaggio AIMI online: per chiedere informazioni e costi o per partecipare, contattatemi al 3406925592 oppure scrivetemi alla mia email: dimodugnonoemi@gmail.com
I corsi sono a numero chiuso e si svolgono tramite la piattaforma “Zoom” scaricabile gratuitamente sia su computer che tablet e smartphone.

Guardiamo in alto, i nostri bimbi hanno tutte le carte in regola per farcela!
E se cadono?! Beh, fa parte del gioco, noi saremo certamente lì ad accoglierli a braccia aperte ma incoraggiandoli a riprovare.

.

,Autore: Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47

ECCO GLI SVITATI47 !! NOEMI DI MODUGNO

ECCO LA PRIMA “NEW ENTRY 2021” DEL GRUPPO SVITATI47: VI PRESENTIAMO NOEMI DI MODUGNO CHE CI FARA’ CONOSCERE LE BUONE PRASSI DA UTILIZZARE FIN DA SUBITO CON I NOSTRI BAMBINI PER PREVENIRE EVENTUALI PROBLEMATICHE E POTENZIARE LE LORO CAPACITA’ IN QUANTO LA GENETICA DETERMINA SOLO IN PARTE LE CARATTERISTICHE INDIVIDUALI MENTRE SONO LE AZIONI E IL COMPORTAMENTO DI CHI È VICINO AL BAMBINO A FARE LA DIFFERENZA. PER APPROFONDIRE VAI ALLA PAGINA “FAMILY CARE”.

Mi chiamo Noemi Di Modugno, sono romana ma vivo in provincia di Siracusa. Sono mamma di 2 bambini e sono “Insegnante di massaggio infantile AIMI”:
AIMI ODV (Associazione Italiana Massaggio Infantile) è un’Associazione nata nel 1998 con lo scopo e l’impegno di diffondere l’importanza del contatto e della comunicazione ai bimbi attraverso un metodo insegnato ai genitori.
Durante la prima gravidanza fu consigliato, a me e a mio marito, un test prenatale (NIPT) che verificasse la presenza delle principali malattie genetiche e ci fu diagnosticata la sindrome di Klinefelter.
Chiedemmo cosa potesse comportare questa diagnosi e la nostra ginecologa ci tranquillizzò molto a tal riguardo.
il nostro bambino era sano, per fortuna, aveva giusto una X in più con una probabilità del 99%.
Qualche mese dopo la nascita di nostro figlio, consultammo un genetista che ci consigliò di appurare con un esame, il cariotipo, la certezza della diagnosi e per poter essere pronti a dare il giusto supporto al nostro bambino nel momento in cui ne avrebbe avuto bisogno.
Fu così che ci decidemmo a farlo all’età di 3 anni e ricevemmo quindi la certezza della sindrome di Klinefelter.
Sebbene molti pediatri e genetisti tendano a procrastinare all’età puberale l’intervento attivo sugli effetti della X soprannumeraria, sono certa che conoscere le sfumature di questa differenza genetica ci consenta di stare un passo avanti: in fondo prevenire è meglio che curare!
Con la maternità mi sono imbattuta in scelte genitoriali che prima di allora non avevo mai pensato nemmeno di approfondire, e quindi con il “babywearing” prima ed il massaggio infantile poi, sono riuscita ad aiutare il mio bambino ad arginare stati di stress intenso, di rabbia, di agitazione, contenendo la sua emozione dirompente e permettendogli di ritrovare il suo equilibrio, con mamma accanto che comprende, attende paziente e ama.
Ho deciso di far parte del Gruppo SVITATI47 per dare un supporto pratico alle famiglie, per dare degli strumenti che ci consentano di creare con i nostri bambini una relazione profonda ed intensa, al fine di saper intuire e SENTIRE di cosa abbiano bisogno, senza che lo chiedano. Imparare ad ascoltarli ed osservarli per intervenire solo se c’è un reale bisogno, altrimenti dando loro il giusto spazio per poter sperimentare, crescere e imparare ad autogestirsi il più possibile rispetto alle emozioni dirompenti che le aneuploidie dei cromosomi sessuali possono comportare.

Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47