IL MOVIMENTO: UNA PRIMA FORMA DI INTELLIGENZA, SIAMO PERCHÉ CI MUOVIAMO

Più volte il pregiudizio arriva prima dell’osservazione della realtà: ci blocca e non ci permette di vedere oltre. I bimbi con aneuploidie dei cromosomi sessuali possono riportare ritardi cognitivi più o meno seri, a seconda del numero di cromosomi aggiuntivi e di altre variabili. L’epigenetica (da “my-personaltrainer.it“: branca della genetica che può essere definita come lo studio di quelle variazioni nell’espressione dei nostri geni, che non sono provocate da vere e proprie mutazioni genetiche, ma che possono essere trasmissibili) ci insegna che sebbene il terreno genetico sia una base seria e influente per lo sviluppo psico-fisico-cognitivo di un individuo, non è del tutto determinante! Di seguito parleremo del movimento, come esperienza fondamentale e necessaria per lo sviluppo psico-fisico dei nostri bambini, e specifico, di tutti i bambini.

Ho voluto dare un bel titolo a questo articolo, un titolo che richiama rami aulici della sapienza come la filosofia (il “cogito ergo sum” di Cartesio) e la fisica (la famosa frase “Eppur si muove” di Galileo Galilei) per poter conferire al movimento il ruolo fondamentale del nostro vivere.

Forse ci riflettiamo davvero poco, ci rendiamo conto di quanto sia indispensabile muoversi solo se qualcosa ci costringe all’immobilità totale o parziale di una parte sola del nostro corpo. Ci risulta una condizione difficile da accettare e mantenere, particolarmente fastidiosa anche solo quel formicolìo che sopraggiunge quando la posizione non è agevole per la circolazione!

Sebbene quando nasciamo i nostri movimenti siano limitatissimi, dimentichiamo che fino al momento prima di nascere la parte del corpo ancora nell’utero della mamma è in movimento, soprattutto se le membrane non si sono rotte e se il resto del corpo è ancora parzialmente avvolto nel liquido amniotico.

Sappiamo con certezza che nell’acqua i movimenti sono più facili, non c’è la gravità a costringere il corpo a sostenere il peso, ci sentiamo leggeri, avvolti e cullati. Non è un caso che la maggior parte di noi ama fare la “stellina”, (galleggiare a pelo d acqua con le orecchie immerse e lasciandosi trasportare dal movimento) o rilassarsi sotto la doccia o nella vasca tiepida.Noi, tutti noi, siamo stati concepiti in un ambiente umido:l’embrione stesso è fatto da una percentuale di acqua che supera il 90%, le nostre cellule si sono moltiplicate per circa 9 mesi in un ambiente acquoso, il nostro corpo ha una percentuale maggiore di acqua rispetto alla massa e non potremmo sopravvivere senza acqua, mentre senza cibo potremmo restare per più tempo; tutto questo è piuttosto risaputo, in fondo.

Nell’ultimo trimestre di gravidanza, il feto ha pressoché raggiunto la sua maturazione, le funzioni vitali sono perlopiù assicurate e, se dovesse nascere prematuramente, la percentuale di possibilità di sopravvivenza sarebbe molto alta. Infatti,al nascituro l’ultimo trimestre è utile per l’aumento della massa corporea. Come fa un bambino a continuare a crescere e svilupparsi sotto questo aspetto? Dipende solo dall’alimentazione della mamma, si potrebbe rispondere, per questo le si consiglia di “mangiare per 2”! (piccola digressione: consiglio errato e privo di fondamenti scientifici. “Siamo quel che mangiamo” e se una gestante mangia sano ed equilibrato, ancora meglio se seguita da una Nutrizionista che sappia bilanciare i suoi pasti senza eliminare alimenti fondamentali per il bambino, allora non c’è nulla da temere).

Mi spiace deludere molte nonne e bisnonne brave cuoche, ma come per un culturista che per avere un corpo definito e statuario non basterebbe un’alimentazione specifica senza l’allenamento in palestra, anche al nostro piccolo serve qualcos’altro! IL MOVIMENTO. E lo sa bene lui, perché non appena è stato nelle sue capacità, ha cominciato a saltare e girare e fare capovolte rimbalzando sulle pareti uterine. Nelle prime settimane di gestazione la mamma non si accorge di nulla, l’embrione è troppo piccolo, ma poi inizia ad avvertire qualcosa, simile ad un fruscìo interno che evolve piano piano in carezze e piccoli tocchi fin quando non diventano veri e propri colpi, degni di una karateka o di un calciatore.

Il movimento mette in moto una serie di processi complessi che coinvolgono il sistema nervoso centrale (SNC) e periferico (SNP). L’incontro con le pareti uterine genera una pressione su una parte del corpo del bambino, il SNP registra i dati che scaturiscono dal tocco e aumenta “l’attenzione” in questa area, invia i segnali al SNC che li codifica. (ecco il link in cui abbiamo parlato di psicomotricità nel bambino)

Questo è quello che, in modo molto semplificato, avviene nel nostro cervello quando veniamo toccati o accarezzati dal nostro concepimento e per tutta la nostra esistenza. E’ proprio per questo che in alcuni ospedali nelle Unità di Terapia Intensiva Neonatali (UTIN) è stata inserita la “Kangaroomother care”, la pratica di portare i bambini nati prematuri in un supporto babywearing a contatto con i genitori (ecco il link in cui abbiamo parlato di babywearing) o che esistono operatori familiari che si occupano di “Nurturing Touch” per alleviare e migliorare la qualità di vita delle persone malate.

Proprio gli studi degli ultimi anni ci hanno aiutato a rivalutare pratiche che alcuni popoli tradizionali riservano da sempre ai neonati, come tenere addosso il neonato, appunto, o massaggiarlo continuamente con o senza olii (ecco il link in cui abbiamo parlato di massaggio infantile)

“E’ importante fare movimento” è una frase sentita svariate volte nella nostra quotidianità, e chi non la associa allo sport? Per tutti fare movimento significa praticare un’attività che ci aiuti a scaricare le tensioni accumulate, che alleni l’apparato scheletrico e muscolare, che ci mantenga mobili ed elastici, che migliori le nostre funzioni vitali in modo globale. Non è contemplato lo stress! Perché lo sport sia utile a corpo e mente, è necessario trovare un luogo, un gruppo ed un’attività che ci appassioni, che ci “prenda mentalmente” per non incorrere nel rischio di ottenere l’effetto contrario, nel non cadere “nell’obbligo di”.

Tutta questa lunga premessa ha fatto da preambolo al fulcro di questo articolo.

J. Piaget affermò: “Impariamo di più quando dobbiamo inventare”. Lo psicologo del ‘900 ha elaborato una teoria sullo sviluppo cognitivo dei bambini dalla nascita. Alla base della sua teoria, colloca l’interazione del bambino con l’ambiente e suddivide il periodo di sviluppo in diversi stadi, ognuno dei quali riflette una certa organizzazione strutturale del cervello che influenza l’interazione con l’ambiente. Quando le strutture cognitiveraggiungono un equilibrio, è possibile passare allo stadio successivo, che incorpora e trasforma le abilità del precedente.

Piaget individua 6 stadi dalla nascita ai circa 20anni dell’individuo. Il primo stadio (0-2anni) lo chiama “stadio senso-motorio”. Ed ecco il fulcro dell’articolo. Secondo Piaget l’intelligenza è una forma di adattamento dell’uomo all’ambiente circostante.

Nei sotto-stadi di questi primi 2 anni di vita, Piaget osserva il passaggio dai primi movimenti del neonato, i riflessi innati del tutto involontari e scaturiti da stimolazioni esterne, all’integrazione di questi in movimenti sempre più consapevoli, fino a raggiungere intorno ai 2 anni, a quei movimenti intenzionali indirizzati al raggiungimento di un obiettivo specifico e, addirittura, alla progettazione, alla combinazione mentale di una serie di movimenti che consentano al bambino di arrivare alla meta.

L’intelligenza non è ciò che si sa, ma ciò che si fa quando non lo si sa” (Piaget).Direi che è un ottimo spunto di riflessione. “tu no, sei ancora piccolo!”Chi di noi non ha mai sentito pronunciare questa frase, o non l’ha pronunciata lui stesso?

In luce di quanto scritto finora, spero sia più semplice cambiare punto di vista. Parliamo spesso di limiti, ma chi li determina? Chi li pone questi limiti? E se li ponessimo troppo vicini alla reale meta?

Per i bimbi con un corredo genetico fertile per deficit e/o difficoltà cognitive, quindi, tramite il movimento e la sperimentazione nell’ambiente,è possibile gettare basi e fondamenta ben più solide prima di arrivare a quella età più critica da questo punto di vista; potremmo giocare d’anticipo e restringere la forbice delle difficoltà e/o renderla meno evidente! Non si tratta di bruciare le tappe, sia chiaro, parlo di assecondare le inclinazioni dei nostri figli, interrogandoci sui nostri “si, vai!” e sui nostri “no, quello no!.

Il nostro compito di genitori, in fondo, è accompagnare i nostri bimbi alla realizzazione di loro stessi: questo dovrebbe darci la spinta e la responsabilità di osservare con un’angolazione molto più ampia la loro capacità di adattamento, imparare ad intervenire quando realmente necessariosenza anticipare, ma incoraggiando con grande fiducia in loro anche l’azione più ardua, anche quella apparentemente più impossibile e impensabile!

In fondo a questo mondo, niente è semplice… accompagnandoli, i nostri bimbi impareranno gradualmente a stare al mondo, impareranno la gioia della vittoria e la frustrazione della sconfitta, con noi al loro fianco, a supportarli ed incoraggiarli a tentare ancora una volta!

Nel prossimi articoli cureremo ancora l’aspetto del movimento: parleremo di acquaticità, lo sport più naturale per i nostri bambini.

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Autore: Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47

BABYWEARING? SI GRAZIE !

VI SARÀ CAPITATO IN MOMENTI NON SOSPETTI, DI VEDER PASSEGGIARE UNA MAMMA FELICE DI PORTARE IL SUO BAMBINO, PICCOLO, MENTRE DORMIVA BEATO, AVVOLTO IN UNA FASCIA CHE LE CONSENTIVA DI TENERLO SUL SUO CUORE. OPPURE UN PAPÀ CHE ORGOGLIOSO CAMMINAVA MOSTRANDO A TUTTI CHE LUI ERA UN PAPÀ-KOALA.

E questo il babywearing! L’arte del “vestirsi del proprio bambino” tradotto letteralmente, vale a dire portare e tenere addosso, a contatto con il proprio corpo, il proprio bambino.

Molto spesso alcune mamme in gravidanza tendono a vedere con sospetto questa pratica: per alcune è semplicemente una moda, per altre una scelta lontana dalla propria visione, per altre ancora un semplice aspetto sconosciuto su cui si riservano di approfondire e per altre,invece, è LA soluzione, l unica forse che potrà consentire loro di essere agili e dinamiche in casa e fuori casa.

Per dare qualche info ci tengo a far presente, che nel mondo animale esistono delle specie che praticano il babywearing con tutta naturalezza! Koala, canguri e scimmie sono solo gli esempi più famosi, ma nell evoluzione essere portati, essere tras-portati è stato molto utile per la sopravvivenza per alcune specie…

E ci crederete se vi dico che noi siamo tra quelle?! I nostri antenati ci trasportavano con l aiuto di supporti di fortuna fatti di pelli oppure i piccoli si aggrappano direttamente al pelo dei genitori durante la fuga dai predatori.
Ed i figli di quegli antenati li siamo noi.

Certo, ad oggi non ci sono predatori da cui fuggire, penserete, su questo siamo d accordo, ma il babywearing resta comunque una possibilità per la gestione del bambino nella quotidianità dei nostri giorni; in fondo il tempo che scorre, la freneticità e il termine “sbrigarsi” è talmente radicato in noi, da influenzare i nostri comportamenti anche quando non ce n è bisogno.

Il puerperio, quel periodo di circa 40 giorni che inizia dalla nascita si del bambino, ma anche di una nuova mamma e di un nuovo papà, sarebbe proprio uno di quei momenti in cui la frenesia, lo stress e la velocità dovrebbero restare fuori le mura di casa. Un momento di conoscenza e osservazione, di studio tra i componenti di questa nuova famiglia appena nata, fatto di nuove scelte, di prove, di aggiustamenti continui e ricerche di nuovi equilibri. È proprio da questo momento, volendo, che può entrare in gioco il babywearing: tranquillizzare il bambino quando niente sembra calmarlo, allungare i pisolini se utile e possibile, dilazionare le poppate; con questo strumento papa potrebbe dare il cambio a mamma e permetterle di riposare.

Oltre a questi, i possibili benefici sono diversi e molteplici. La riduzione del pianto è quella che solitamente è più notata, ma si può parlare anche di stimolazioni a livello fisico e cognitivo, la possibilità di osservare da un punto di vista più alto rispetto ai contenitori per bambini (sdraietta dondolini passeggini ovetti e simili in cui la posizione e fissa e seppur con sonagli e giochini, gli stimoli diventano presto già visti e poco spronanti), partecipare quindi alla vita quotidiana di mamma e papà, sentendosi parte integrante di questo sistema, la termoregolazione (immatura nei primi mesi di vita); inoltre il contatto facilita la relazione mamma/papà-bambino.
E per i genitori? Avere le mani libere per poter tenere una borsa, spingere il passeggino magari carico di spesa o tenere il guinzaglio del vostro cagnolino potrebbe essere davvero un valido aiuto sí pratico, ma anche a livello di autoefficacia, vale a dire la sensazione di essere competenti e potenti nel gestire una situazione così complessa e articolata, insomma sentirsi autonomi a tal punto di pensare di avere dei superpoteri!

I bambini possono essere portati sin dalla nascita e fin quando portatore e portato lo vogliano, ma resta fondamnetale una regola: mamma/papà devono sentirsi di portare il proprio bambino: la pelle ed il contatto sono il veicolo più facile per comprendere le emozioni dell altro; à importante sentirsi quindi a proprio agio affinché il bambino avverta sensazioni positive! Viceversa, sarebbe meglio trovare un altro strumento che possa supportare la genitorialità nel pratico quotidiano. E proprio per questo aspetto che non c’è un momento stabilito per iniziare, sebbene le tappe evolutive del piccolo potrebbero alle volte minacciare la riuscita. Il percorso del babywearing è tuttavia soggettivo, varia da famiglia a famiglia e, addirittura, nella stessa famiglia da figlio a figlio! L’unica regola sempre valida è l’ascolto di chi porta e di chi deve essere portato, non ci sono obblighi, ma perlopiù piaceri.

Il babyweairng, inoltre, allenando l’equilibrio, prepara il terreno al momento in cui il bambino raggiungerà la posizione eretta : il sistema vestibolare del piccolo, sia in stato di veglia o di sonno, viene continuamente stimolato grazie ai movimenti del portatore, che, sentendolo ben assicurato a sé, solitamente non sospende le attività in programma e non rinuncia a lunghe passeggiate o a faccende in casa. Ed è proprio la combo stretto contatto-movimento, quindi propedeutica all’affinare la propriocezione, ossia, quella capacità (senso, per alcuni studiosi) di comprendere le informazioni relative al proprio corpo, fondamentale per l’affermazione e la fiducia in se stessi.

E i bimbi con aneuploidie dei cromosomi sessuali possono essere portati? Nella maggioranza dei casi sì! Mi preme ad ogni modo ribadire che nei casi di particolarità genetica, è molto importante lavorare in team con più professionisti: una differenza genetica è molto facile che ne comporti, quindi altre possibili sfere psicofisiche. In casi di ipotonia, ad esempio, il babywearing è possibile, anzi consigliabile per molti aspetti, (propriocezione, sviluppo e rafforzamento della muscolatura), ma in alcuni casi, sarebbe bene valutare con il medico interessato per valutare quale eventuale supporto poter utilizzare.

“i bambini con un tono basso (ipotonia) sono maggiormente soggetti a displasia dell’anca perché in posizione supina le loro gambe si aprono completamente(a rana). Hilke Engel-Majer, fisioterapista di lunga esperienza, afferma e sottolinea l’importanza di portare i bambini (ipotonici) nella fascia lunga. Infatti nella posizione divaricata seduta le gambe vengono”fissate” nell’angolatura ottimale, e addosso al corpo del genitore la loro intera muscolatura viene stimolata e rafforzata.” dal libro “portare i piccoli di Esther Weber

Nel prossimo articolo approfpndiremo i benefici del babywearing e di altre cure prossimali in presenza di ipotonia, caratteristica principale a livello muscolare dei bimbi con aneuplidie dei cromosomi sessuali. Vi aspetto!

Mamme e papà, per dubbi e/o chiarimenti e/o approfondimenti in merito al “babywearing“, vi lascio la mia email: dimodugnonoemi@gmail.com e il mio cellulare: 340 692 5592. Sarò ben lieta di dare ulteriori indicazioni per chi avesse dei gemellini.

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Autore: Noemi Di Modugno – Task Force del Gruppo SVITATI47